Vogliamo anche i cornetti

Carlin Petrini, come Saviano o Gino Strada, subisce la maledizione dell’indie band. La maledizione dell’indie band è quella cosa che tu all’inizio sei un gran fico, ma quando poi ti conoscono tutti, diventi uno che era fico agli inizi quando non lo conosceva nessuno, ma poi, non so, ha cominciato a dire sempre le stesse cose, si è scoperto che in realtà anche lui una volta non ha pagato una multa di divieto di sosta,  non è  più o non è abbastanza duro e puro, in realtà è solo immagine ma è manovrato da altri, si è svenduto al sistema. Ma soprattutto la maledizione dell’indie band prevede che il tuo essere diventato famoso sia più importante di quanto dici e fai. L’ultimo disco di Devendra Banhart fa più schifo quando sai e perchè sai che sta con Natalie Portman.

Capita quindi che uno vede Petrini in tv e dice, uh mamma, ancora questo. Lui spara a zero contro le industrie, contro i produttori, contro il “progresso”. Spiega che il cibo di qualità non costa, e che il costo non è un problema della qualità ma delle inefficienze del servizio. Sembra molto convincente. Poi la linea passa, come al solito, alla pubblicità. E – lo so che è per caso, ma non toglie niente alla storia – parte lo spot di una specie di yogurt che con quel tipico dire senza dire nulla vanta di poter aiutare le difese naturali. E poi un altro prodotto alimentare (?) contro il colesterolo, un formaggio light, un pollo bio, e così via.

A volte, ad aumentare la confusione, Petrini viene intervistato durante un telegiornale a proposito di un qualche “allarme alimentare”,  mucca pazza, influenza aviaria, influenza suina; un genere che prende sempre più spazio. Ma se gli allarmi alimentari si susseguono incessantemente, e – a quelli – si aggiungono i sequestri di cibo scaduto, il pesce congelato rivenduto fresco, il formaggio ammuffito riciclato come grattugiato, gli escrementi di topo nelle patate fritte – per dire solo gli ultimi casi di cronaca che mi vengono in mente – è scontato che qualcuno provi ad approfittarne Non intendo dire che gli allarmi siano infondati, tutt’altro. Intendo, anzi, dire che l’abbondanza di allarmi induce le persone a credere che sia tutto uguale. Lo vediamo benissimo anche in politica: dopo ogni scandalo c’è più gente che ha intenzione di scegliere meglio i propri governanti o c’è più gente convinta che “sono tutti uguali”? E così per il cibo, agli allarmi non fa mai seguito nessun tipo d’informazione e l’ansia generata resta abbandonata a se stessa. L’allarmismo sembra svelare il meccanismo malato, ma, in realtà, non fa che oliarlo. Così diventa solo una guerra a chi urla più forte. L’offerta si confonde e si svilisce. Vegetariani, macrobiotici, farmer’s market, BIO, filiera corta, solo macellato in Italia, sushi fresco, erboristerie, aromi, solo aromi naturali, senza polifosfati, niente nitriti, vitamina C, razione giornaliera consigliata, integratori alimentari, crusca, light, leggero, nutriente, senza colesterolo, senza grassi aggiunti, senza grassi idrogenati, decaffeinato, coltivato a terra, polinsaturi, biodinamica, cotone biologico, naturally correct. Scompare il confine tra consiglio, scienza e pubblicità.

Quando Petrini è in tv (per più di trenta secondi) invece, questo confine lo vedi. Ed è chiaro. Mi sembra una ragione sufficiente per ascoltarlo nonostante un mio amico che l’ha conosciuto personalmente dica che è tirchio e che Slow food sia il male.

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