Il gusto

Fino ai miei quindici, sedici anni, i venditori di sigarette di contrabbando erano delle figure familiari. Come esistevano i tabacchini – locali fissi, aperti in certi orari – così esisteva il contrabbando – bancarelle fisse, che potevi trovare sempre agli stessi angoli, negli stessi orari. Un tavolino di legno, un paio di cassette della frutta rovesciate bastavano a rendere l’idea dell’esercizio. Addirittura il contrabbando seguiva, per certi versi, le regole statali: ogni volta che le Marlboro aumentavano di 50 lire o 100 lire nei tabaccai, anche sulle bancarelle si poteva registrare lo stesso aumento. La differenza di prezzo tra il Monopolio di stato e contrabbandieri era stabile.

Poi, da una stagione all’altra, sono scomparsi. Lo Stato aveva deciso di fare la guerra al contrabbando. Seriamente. Aveva perso alcuni servitori e non poteva accettarlo. Da un giorno all’altro non c’erano più venditori per strada. Anche quella signora dai capelli bianchi, la contrabbandiera della mia infanzia, quella che mi salutava tutte le mattine quando andavo a scuola, fu costretta a riciclarsi come parcheggiatrice abusiva. Era evidente che anche tanti boss del contrabbando avrebbero fatto altrettanto: il contrabbando non era stato sgominato, ma passava a un livello più alto. Le possibilità di incrementare gli affari c’erano eccome, il mondo si stava allargando. Inchieste dicono che ora le sigarette vengono vendute direttamente ai tabaccai, si contrabbanda così; e che anche il marchio dei monopoli di stato sia abilmente contraffatto. Ancora oggi l’Adriatico è il mare dei contrabbandieri.

Non ho mai fumato abitualmente, ma  mi affascinava come da piccoli particolari si riuscisse a risalire alla nazionalità dei pacchetti. Esisteva tutto un mondo di informazioni, anch’esse di contrabbando, che venivano scambiate. Devi guardare il codice a barre. / Le migliori sigarette sono le russe. / Devi guardare il codice a barre. Se il numero finisce col 5 sono russe. / Non comprarle mai se c’è scritto monocside!

Quando c’erano i contrabbandieri per strada, già c’erano gli esteti del fumo che sostenevano di non rivolgersi alle bancarelle perché le loro sigarette avevano un gusto peggiore di quelle del Monopolio di Stato. Io, il gusto del tabacco – e chiamiamolo, gusto, per convenzione – non lo comprendo e non posso dire quanto sia vero. Tendo a credere che qualcuno lo avverta davvero, ma tendo ugualmente a credere che per la stragrande maggioranza la sigaretta non sia qualcosa da assaporare col gusto, ma con altri sensi.

(continua)

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