Invitavano Oreglio

A Milano, Jonathan Coe ha detto delle cose, a proposito della satira. Interessanti, ma dal mio punto di vista leggermente limitate. Una è questa. A suo dire la risata “crea uno spazio – uno spazio ospitale, sicuro e accogliente – in cui i lettori che la pensano allo stesso modo possono riunirsi e condividere una confortevole risata. La collera, il senso di ingiustizia che possono aver provato prima, vengono raccolti, compressi e trasformati in scoppi di risa squisite ed esilaranti, e dopo aver dato sfogo a essi si sentono sollevati, paghi e soddisfatti. Un impulso che poteva tradursi in azione diventa neutrale e innocuo. […] Scriviamo nella speranza di cambiare il mondo. Ma in realtà, è una delle armi in nostro possesso più potenti per preservare lo status quo”.

Se ammettiamo, però, che questo è vero, allora lo stesso identico discorso è applicabile anche a altri generi/modi di scrivere. Intendo dire: perchè quella che tanti si affannano a definire “scrittura civile”, per esempio, non condurrebbe agli stessi esiti?  In fondo, la realtà ci conferma che anche Gomorra, anche Un eroe borghese, anche Il Fotografo finiscono per creare uno spazio “sicuro e accogliente” in cui le persone si sentono a loro modo “paghe e soddisfatte”. Non mi sembra che da libri del genere siano partiti “impulsi che si sono tradotti in azioni”.

Il “guaio” della satira, così come della letteraturatura – come aveva capito già Aristotele – è che l’arte è catartica. Il che significa che se guardo Draquila non mi viene voglia di sparare a Bertolaso, e se guardo Kill Bill non mi viene voglia di scendere in strada e squartare passanti con una katana. Il che mi sembra anche positivo, dopotutto.

E significa, anche, che non è compito di Settimo: ruba un po’ meno o di Orizzonti di gloria quello di “creare impulsi che si trasformino in azioni”. Loro si limitano a trasmettere idee, ma poi dovrebbe esserci la società o la politica a trasformare queste idee in azione. [Che poi ci sia in giro qualche idiota che fa satira augurandosi di portare la gente coi forconi fuori ai palazzi presidenziali, beh, questo è un altro discorso. Ma c’entra con gli idioti, non con la satira].

Poi, Coe ha detto anche questo: “Pertanto, quando scriviamo libri di satira, possiamo tentare di credere che facciamo qualcosa che sconvolgerà l’ordine prestabilito: possiamo tentare di credere che, quando la gente leggerà le nostre parole, i nostri nemici politici (e personali) tremeranno come delle foglie, ripiegheranno in un angolo a riesaminare il loro sistema di valori e riemergeranno come persone migliori; ma, in realtà, questo non succederà mai”.

Esatto, non succederà mai. Ma non per le ragioni di Coe, secondo me. Ma per queste:

“So then how have irony, irreverence, and rebellion come to be not liberating but enfeebling in the culture today’s avant-garde tried to write about? One clue’s to be found in the fact that irony is still around, bigger than ever after 30 long years as the dominant mode of hip expression. It’s not a rhetorical mode that wears well. As [Lewis] Hyde. . .puts it, “Irony has only emergency use. Carried over time, it is the voice of the trapped who have come to enjoy the cage.” This is because irony, entertaining as it is, serves an almost exclusively negative function. It’s critical and destructive, a ground-clearing. Surely this is the way our postmodern fathers saw it. But irony’s singularly unuseful when it comes to constructing anything to replace the hypocrisies it debunks. This is why Hyde seems right about persistent irony being tiresome. It is unmeaty. Even gifted ironists work best in sound bites. I find gifted ironists sort of wickedly funny to listen to at parties, but I always walk away feeling like I’ve had several radical surgical procedures. And as for actually driving cross-country with a gifted ironist, or sitting through a 300-page novel full of nothing by trendy sardonic exhaustion, one ends up feeling not only empty but somehow. . .oppressed”. David Foster Wallace,  E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction

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