Fratello di Dio

Il 21 novembre 2010 è ricorso il 23 anniversario dell’ultima volta che Hugo Maradona era stato messo tra i possibili titolari di una partita dell’Ascoli. Nuovi Argomenti mi ha chiesto un articolo per commemorare l’evento.

L’incollo qui:

È un campetto di periferia, e anche per chiamarlo campetto serve molta fantasia. C’è una porta senza reti; due pali bianchi – strano che il colore abbia tenuto tanto bene – in mezzo allo sterrato, ogni tanto sbuca qualche sasso. Poco più in là erbacce altissime, quando il pallone ci finisce dentro servono minuti per ritrovarlo. E attenti alle ortiche. Una troupe della televisione intervista un bambino. La sua decisione – «voglio giocare nella nazionale, e voglio vincere la coppa del mondo» – cozza con quella cornice. Fa qualche giochetto col pallone, gambetas le chiamano da quelle parti. C’è un altro bambino che commenta: «È Dio, nessuno giocherà mai come lui».

Dietro le telecamere ci sono i genitori di quel bambino. Sono fieri di lui, ci mancherebbe altro. Ha solo dieci anni, è così forte che è venuta addirittura la televisione. Sua mamma ha in braccio il fratellino. Ha poco più di anno. Dice già bola calciando il pallone; e tutti ridono. A lui piace da matti quando a passargli la palla è Diego.

È facile essere figli di Dio. O, comunque, molto più facile che esserne fratelli. Hugo Maradona nasce a Lanus, il 9 maggio 1969; quando il fratello, Diego Armando, ha nove anni ed è già Diego. Basta riguardare, oggi, il minuto scarso di quel servizio per trovarci dentro già tutto: non fa cadere la palla a terra, ha il numero dieci e le gambe magre da malnutrito.

Per la gioia dei genetisti anche Hugo è bravo. Entra nelle giovanili (le cebollitas=cipolline) dell’Argentinos Juniors e segue tutta la trafila. Non solo perché ha quel cognome lì. Le raccomandazioni contano sempre qualcosa, ma un po’ di meno quando lo scopo della faccenda è non farsi togliere la palla da un avversario. Hugo è bravo e – com’è che si dice? – gli viene tutto facile.

Nel ’79, Diego vince il campionato mondiale juniores con l’Argentina. La madre, Hugo e gli altri fratelli lo mandano a chiamare nello spogliatoio per festeggiare. «Dieguito, tua madre e i tuoi fratelli sono fuori che ti cercano». Ma lui gli risponde: «chi è mia madre? E chi sono i miei fratelli?» Poi guarda i compagni che brindano, fanno gavettoni e cantano; e dice: «tutti gli argentini sono i miei fratelli, sorelle e madri».

Anche Hugo sogna di poter dire una frase del genere, un giorno. Com’è che si dice ancora? – brucia le tappe. A 16 anni si allena già con la prima squadra. È un anno d’oro per l’Argentinos che vince l’unico campionato della sua storia e addirittura la coppa Libertadores (la Coppa dei Campioni sudamericana). Nel ’85, entra nella nazionale argentina under 16, e anche lui va ai mondiali juniores. È il faro della squadra, il numero 10. Un altro Maradona è in rampa di lancio. Durante la coppa del mondo, Hugo segna due gol fantastici nella partita vinta contro il Congo per 4 a 2. Uno su punizione. All’incrocio dei pali. Le giocate di Diego Armando, ai Mondiali juniores, ancora adesso vengono cliccate su youtube. All’Argentina di Hugo, invece, per banali questioni di differenza reti servirebbe un gol in più per passare il turno. Così la selección viene eliminata e quei gol restano senza celebrazioni solo nelle vecchie cronache dei giornalisti e chissà in quale archivio immagini.

Nei Vangeli (non solo apocrifi) si parla spesso di «fratelli» di Gesù. Sono 4: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda. Si parla anche di sorelle di Gesù, ma non vengono mai nominate. Buona parte dei protestanti (ma non i primi riformatori) credono siano veramente fratelli. Gli ortodossi pensano siano fratellastri. I cristiani sono per la versione cugini. Qualsiasi sangue abbiano, all’inizio della predicazione non credono. Poi si riveleranno migliori e avranno ruoli di spicco: Giacomo diventerà «vescovo» di Gerusalemme; gli succederà Simone. Diversi sostengono che anche l’apostolo «Giuda di Giacomo» sia uno dei fratelli (di Giacomo non sarebbe un oscuro patronimico ma Giacomo vescovo). La frase dei Vangeli: «Nessuno è profeta in patria» se la ricordano tutti. Un po’ meno il fatto che Gesù disse: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».

Dopo quel mondiale, Hugo diventa un professionista. E subito qualcosa comincia a scricchiolare. «Uno calcia di sinistro e l’altro di destro, uno a sedici anni andava all’allenamento con le scarpe rotte, l’altro ci va a bordo di una Mercedes» dice un giornalista. Un commento che è già un epitaffio.

Nell’86, Diego guida alla vittoria l’Argentina nei Mondiali. E poco dopo il Napoli allo Scudetto. Più Hugo si avvicina ai veri giocatori di calcio, più Diego se ne allontana. Ormai può tutto: in una partita dell’Argentina contro l’Uruguay è lui a suggerire i cambi all’allenatore. «Metti dentro Caniggia, mister». In uno dei raduni dopo il mondiale, a Goiania, lo convince – lo obbliga – a convocare anche Hugo. Per fare in modo che, frequentando il gruppo della nazionale, possa maturare prima.

Diego provava sensi di colpa nei confronti del fratello? Probabilmente sì, perché essere più bravi dei propri fratelli minori è una colpa. Come il peccato originale, una colpa inevitabile, ma comunque una colpa. Quando gli chiedono un commento su Hugo, risponde: «Diventerà anche più forte di me». Sa di mentire. Anche i giornalisti non glielo dicono, ma lo sanno.

Hugo, invece, ci crede. A 18 anni segue Diego in Italia. Non vuole aspettare. Quelle storie di crescere un poco alla volta sono chiacchiere da giornalisti, presidenti e faccendieri che vivono sulle spalle di calciatori e tifosi, gente che non ha mai giocato a pallone. Lui si sente forte, e se non lo fosse perché poi il Napoli l’ha comprato? Segue il fratello, ma i due assieme, nel Napoli o in qualsiasi altra squadra, non giocheranno mai. Hugo deve farsi le ossa altrove.

Parte così una delle operazioni più assurde e impossibili della storia del calciomercato italiano. Una di quelle che ha reso Luciano Moggi famoso prima che divenisse tristemente famoso.

Per settimane Big Luciano bussa a tutte le porte dell’Hotel Gallia, sede storica del calciomercato dei tempi. Nell’87, le squadra potevano avere solo 3 stranieri (e non esistevano i giocatori comunitari), tenere un posto occupato per Hugo non faceva piacere a nessuno. (Oggi, invece, anche il figlio di Gheddafi trova un ingaggio!) Sui giornali rimbalza la notizia giorno dopo giorno: dove andrà Hugo? Alcuni giornalisti non vedono l’ora di vendicare su di lui l’astio che provano per Diego. Altri – ci credono davvero o sperano di fare 13 al totocalcio? – ne scrivono bene. Si parla di Pescara, ma l’allenatore Giovanni Galeone è categorico: «cedete pure Pagano al Napoli, ma non fatevi appioppare Hugo Maradona, per carità». Poi si parla di Pisa, ma Romeo Anconetani è altrettanto deciso e rifiuta. Con un colpo di mano Moggi, allora, cede Carannante e Celestini a prezzo di favore all’Ascoli a patto che Costantino Rozzi accetti anche Hugo Maradona. Tre prestiti, praticamente gratuiti.

Hugo va via e a Napoli, almeno per giocare, non tornerà più. Ci tornerà, invece, e anche spesso, per questione sentimentali. Sposa, infatti, una napoletana, Maria Delia Occhionero. Maria è una delle migliori amiche di Cristina Sinagra che poco tempo dopo denuncerà Diego, accusandolo di non voler riconoscere ufficialmente il loro bambino. All’Ascoli Hugo gioca 13 partite, partendo solo tre volte dall’inizio. Non segna mai. Fa le valigie a fine stagione senza rimpianti. Una delle poche foto della sua esperienza italiana, lo vede arrancare proprio dietro al fratello in maglia bianconera. Si leggono bene gli sponsor di entrambi le squadre, il Napoli la pasta, l’Ascoli dei ferri da stiro.

Diego non pretende torni a Napoli. Forse perché dopo che il Napoli ha perso il campionato nelle ultime partite non ha lo stesso potere, forse perché crede che altrove possa migliorare, o perché vuole tenerlo lontano dagli ambienti che ormai frequenta. Da buon fratello maggiore. Fatto sta che Hugo passa al Rayo Vallecano, la terza squadra di Madrid, nella serie B spagnola. Qui le cose vanno un po’ meglio. 28 partite con 3 gol. E promozione. Così Hugo parla a El País: «non siamo attori. Gli attori si vestono, si truccano. Noi entriamo in battaglia senza inganni. Il pubblico paga per lo spettacolo. Al teatro gli attori non perdono. Il pubblico esce contento. Questo è il rischio del calciatore. Se perde la gente può tirarlo giù dal piedistallo». Ed è proprio quello che fa il Rayo, non riconfermandolo. (Verrà retrocesso immediatamente per punizione). Non se ne rende ancora conto, povero Hugo. Lui non è un calciatore qualsiasi, non può solo giocare. Gli tocca anche recitare la parte che non si è scelto, quella del fratello brocco. Passa così al Rapid Vienna. Altro giro, altra corsa. Ma al freddo di Vienna si intristisce definitivamente. Gioca solo tre partite. E lascia l’Europa.

Quando San Pietro lasciò casa e lavoro per seguire Gesù cosa avranno pensato i genitori di Pietro? Ingrato, dopo tutto quello che abbiamo fatto per lui! Qualcuno, nei Vangeli apocrifi, dice che Pietro abbia lasciato anche una figlia, Petronilla. Cosa avrà pensato Petronilla vedendo che il padre l’abbandonava? L’avranno perdonato tutti nella gloria dei cieli, molto probabilmente. Ma se i genitori anziani, per esempio, fossero finiti all’inferno perché morti prima della Resurrezione? O senza sapere che era arrivato il Messia? Cosa avranno pensato? Che Pietro faceva bene a seguire il suo istinto, quell’uomo?

Non solo Gesù, ma neanche Buddha e Maometto hanno fratelli. Devono rischiare la vita per il bene, devono mettere in gioco tutto. La fratellanza universale è il bene, mentre la fratellanza fisica ti costringe a mettere un bene in relazione agli altri. Non possono permetterselo. Gesù potrebbe aver salvato la terra senza essere riuscito a salvare suo fratello, o cugino. Non è una bestemmia.

Diego vince il secondo scudetto col Napoli, e anche la Coppa Uefa. Hugo, invece, torna in Sudamerica, in Venezuela. Nel ’90 gioca solo due mesi, nel Deportivo Italia, o – a voler essere precisi – non gioca mai. L’anno dopo va in Uruguay, nel Progreso. Identica situazione. Non lascia alcun tipo di traccia. Sull’altra sponda del Rio de la Plata smette praticamente di essere un giocatore. Quando il fratello viene scoperto positivo alla cocaina e squalificato, anche la carriera di Hugo è a un bivio. Non sa se continuare. Non ha più 18 anni, quando credeva di poter giocare in nazionale, di avere una carriera ai top. Ora, continuare significa accettare di rilanciarsi da qualche altra parte, convincere i compagni, convincere una società e un allenatore. E significa anche allenarsi con l’obiettivo di diventare, al massimo, un ottimo giocatore mediocre. Dimostrare che anche senza essere Diego, può essere buono comunque. Il calcio è pieno di giocatori che provano a rilanciarsi. Accettando di scendere di categoria, accettando di cambiare campionato, accettando un impiego limitato. Alcuni si rendono ridicoli finendo per danneggiare anche quanto di buono fatto in carriera. È una maledizione umana, ma ricordiamo meglio le ultime cose. L’ultima stagione, le ultime partite, le ultime ore prima di morire.

Hugo prende la decisione più difficile e decide di smettere. E così, a 23 anni, nel ’92, va a giocare in Giappone. In una lega regionale, una sorta di serie C, nei PJM Futures. Lì, per quanto insignificante, trova la sua dimensione. Segna 7 gol in 12 partite. Di nuovo 7 gol in 16 partite la stagione successiva, e addirittura 17 gol in 22 partite nel 1994.

La presenza di Maradona nella più che dilettantesca Football League (una sorta di campionato regionale) è pagata dagli sponsor; anche quelli pochi. Il Campionato giapponese è un laboratorio, basti pensare che quando Hugo arriva non esiste ancora una lega per professionisti!

Ma Hugo finisce per essere una sorta di apripista perché nel ’93, con una bella iniezione di denaro la J-League viene creata e arrivano i primi campioni. Ramon Diaz, Zico, Schillaci (o come lo chiamavano lì Haghellacci. Da Haghe=calvo). Sperava di aver trovato un luogo sicuro, e le tv, i giornalisti, i tifosi sono arrivate anche lì.

Cerca di farsela andare bene comunque. Nel 1995 passa ai Fukuoka Blux. È la sua stagione migliore. Segna 27 gol in 27 partite. Viene promosso in J-League 1 (serie A). La squadra cambia nome, diventa gli Avispa Fukuoka. Ma nella massima divisione segna solo 8 gol in 21 partite, poco per un attaccante. Si allontana di nuovo dai palcoscenici importanti. Lo vendono al Consadole Sapporo, di nuovo in serie B. Si rialza immediatamente: 19 gol in 37 partite, e di nuovo promozione. La terza in carriera. Nell’unica biografia benevola trovata in rete viene definito uno specialista delle promozioni. Ma, di nuovo, col Sapporo in A si ripete la stessa storia già vista a Fukuoka. 5 gol in 28 partite. Non vuole finire di nuovo in B. Si ritira, stavolta senza scherzi.

Era andato in Giappone in cerca di tranquillità, ma ormai quello è un campionato a tutti gli effetti. Sono arrivati Dunga, Leonardo, Edmundo, poi Buchwald, Littbarski, Lineker, anche Arséne Wenger come allenatore, Stojkovic, Stoichkov, Michael Laudrup, Julio Salinas, dall’Italia Massaro. Era lì per competere con Tokuto e Tamayashi, giocatori di 165 cmq, come lui, gente che giocava quasi per divertimento, come lui; non riuscire a dribblare loro aveva un senso, ma fare la riserva a campioni veri, l’aveva già spiegato, non ne aveva voglia. Gli toglieva anche quel po’ di gioia.

A 29 anni, Hugo torna in Argentina e si ritira. Stavolta sul serio.

Come i Vangeli, Internet confonde le vite di Hugo e Lalo, l’altro fratellino calciatore di Diego. 3 su 3, complimenti alla mamma. Anche la vita di Lalo è stata spesa in un continuo giramondo senza successo: esperienze in patria e in Europa prima di stabilirsi definitivamente in Canada. Addirittura il figlio di Lalo, Diego Armando, gioca lì.

Le biografie dei due fratelli minori si sovrappongono. Sui forum, sui giornali, i giornalisti li confondono. Attribuiscono i gol di uno all’altro, sommano i campionati, sbagliano le ricostruzioni. Due immagini sbiadite e intercambiabili di talenti senza Talento.

Hugo ha provato anche la carriera da allenatore. Giusto un anno, nella Major League americana, ma senza successo. Vorrebbe continuare ancora ad allenare. Scoprire nuovi campionati, come aveva già fatto in Giappone. Magari la Cina. Lì sì, gli piacerebbe. Scommette che si troverebbe anche bene. Vuoi mettere parlare di fratellanza in un paese di figli unici?

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