Archive for the ‘arnaldo greco’ Category

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4 ottobre 2011

Segnalazioni uscite su D de La Repubblica il 2 ottobre.

Contro chi ancora accarezza l’idea che i senzatetto vivano godendo della luce delle stelle è uscito Reietti e fuorilegge. Antropologia della violenza nelle metropoli americane, frutto di una ricerca etnografica durata 12 anni. Alla sessantina di fotografie di Jeff Schonberg si accompagna il racconto, scritto da Philippe Bourgois, della vita di un gruppo di tossicodipendenti (crack ed eroina soprattutto) disperati, nelle strade di San Francisco. Un libro duro che quasi con poetica verista racconta quanto siano assurde le politiche repressive della povertà estrema ma che al contempo non è per nulla consolatorio e lascia il dubbio che il gusto per la sopraffazione e il piacere di dominare gli altri siano non solo dovuti a questioni sociali ma insiti nella natura umana.

Ogni anno l’Osservatorio sull’impiego dei medicinali pubblica un rapporto su L’uso dei farmaci in Italia scaricabile gratis dal sito dell’Agenzia del farmaco. Ed è come rovistare nell’armadietto delle medicine dei vicini di casa o ascoltare una conversazione tra vecchiette che parlano di malattie. Il rapporto è stilato dettagliatamente sia nelle tabelle che nelle parti discorsive e nonostante si rivolga agli addetti ai lavori, tutto (d’accordo, con qualche aiuto di wikipedia) è intellegibile anche dai curiosi, e diventa un documento di antropologia sociale decisivo alla comprensione del paese.

Nel 1955, sulla spiaggia di Long Island, Eve Arnold immortalò in una foto Marylin Monroe in costume intenta a leggere l’Ulisse di Joyce. Francesca Serra in Le brave ragazze non leggono romanzi suggerisce che, ben prima delle reazione alle olgettine, il mito della donna che s’istruisce e si realizza non è altro che l’ennesima forma del maschilismo. E in un continuo rimando di citazioni mai pedanti e con arguzia irriverente invita le lettrici ad ammettere che la lettura può essere una vera compulsione: “Forse non lo sapevate, ma siamo tutte pornolettrici”. Frase che leggendo qualsiasi pagina a caso del libro – provate in libreria – diventa una profezia.

I bravi soldati di David Finkel è il resoconto della vita di un battaglione dell’esercito americano in Iraq. Perché sono bravi? Non perché sparano con precisione, né perché regalano la cioccolata ai bambini iracheni o perché non sparano mai. Ma perché cercano di mantenere un’umanità nonostante altri compagni cedano, nonostante le parole dei politici siano lontani anni luce dalla loro vita reale, nonostante i superiori giochino a Risiko più che aiutarli, nonostante quella che ai manifestanti per la pace sembri un’ottima idea – usare le maschere dei soldati morti – sia una fonte di angoscia assoluta. E nonostante il fatto che accettare la possibilità di orrende mutilazioni sia molto più disturbante e spaventoso che accettare la morte.

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7 giugno 2011

Pare che anche il più ignorante degli antichi romani conoscesse oltre duecento piante, per noi moderni, invece, con ogni probabilità presto inventeranno un’applicazione per smarthphone in grado di riconoscere alberi e fiori. Ma fino ad allora rispondere alle insistenti domande di un bambino sul nome di quella pianta, e di quella, e di quell’altra, provocherà ancora diversi grattacapi. Prova a darci una mano la riedizione di Riconoscere gli alberi (De Agostini, pp. 224, € 19,90) di Phillips Roger, un atlante di semplice consultazione ricco di foto e descrizioni, pensato per i meno esperti ma comunque curiosi di dare un volto a nomi come leccio, olmo, carrubo, etc.

Nonostante Dean Falk combini antropologia, neuroscienze e storia e filosofia del linguaggio in Lingua Madre. Cure materne e origini del linguaggio (Bollati Boringhieri, pp.283, € 19,50), l’esposizione è talmente chiara da essere comprensibile a tutti. Falk scrive uno di quei libri che fanno preferire le teorie alla verità (senza voler suggerire che le sue tesi siano false, intendiamoci). La studiosa sostiene che il linguaggio sia nato grazie alla relazione mamma-bambino (figure di solito considerate secondarie, nella storia dell’evoluzione, rispetto al papà). I bambini avrebbero cominciato ad articolare suoni per comunicare con la mamma, ormai bipede e quindi più “lontana”. Ma nel libro ci sono moltissime cose: relazione musica e linguaggio, i bimbi che inventano la sintassi, il motherese la lingua della mamma, nata dalle ninne nanne. Ah, per i più scettici: accusare di partigianeria di genere Dean Falk – è una donna che fa teorie per le donne – è risibile .

Se vi piace una di queste cose: West Wing, le primarie del partito repubblicano, gli aneddoti su Churchill, il gossip politico o i cambi di casacca dei Responsabili, Architettura e potere. Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo (Laterza, 368, € 20) di Deyan Sudjic vi manderà in visibilio. E’ un libro pieno di storie (inutili e perciò indispensabili) di come il potere ha imposto il proprio marchio sulle città. Ci sono i palazzi fatti costruire da Imelda Marcos, la Mosca di Stalin e l’Eur di Mussolini ma anche il Millennium Dome di Blair, il palazzo di vetro e le torri gemelle.

I sette saggi (ma iniziate dal quarto o dal settimo) di Esperimenti naturali di storia (Codice edizioni, 288, € 27) di Jared Diamond e James A.Robinson sono così densi che altri autori li avrebbero trasformati in sette libri. Diamond e Robinson studiano la storia come fosse una scienza sperimentabile: perché lo stesso fatto storico conduce a conseguenze tanto diverse? Perché nella relativamente piccola isola di Hispaniola, due stati (Haiti e Repubblica Dominicana) hanno economie così diverse? Quanto ha influito la tratta degli schiavi nella ricchezza dei paesi africani? Perché l’epopea del West in Nordamerica e non in Brasile?  Il metodo è versatile e, di conseguenza, gli argomenti sono diversissimi. Ma tutti tracciati attraverso l’abbondante uso di statistiche e continui paragoni e raffronti con situazioni simili.

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20 maggio 2011

Alcuni saggi che ho rcensito per D della Repubblica.

Raramente capita di leggere un saggio di quasi 600 pagine e dispiacersi non ce ne siano altre. Hugh Aldersey-Williams ne ha scritto uno, Favole periodiche. La vita avventurosa degli elementi chimici, che è una dichiarazione d’amore alla chimica talmente coinvolgente che a ogni capitolo viene voglia di fermarsi quattro, cinque volte per raccontare a chi è in casa, a qualcuno al telefono, a un passante qualsiasi gli utilizzi e la storia degli elementi. Alderesy-Williams dà vita a ciò che alle superiori sembra la cosa più monolitica e inerte in assoluto: la tavola degli elementi. Il calcio, il sodio, il titanio nascondono storie più incredibili di un romanzo d’avventura. Nelle Favole periodiche diventano addirittura simpatici, tra Van Gogh che difende il cadmio, la lozione per capelli al radio marchiata Curie, le visioni di Ballard dovute al sodio e altre centinaia di storie.

Nonostante il titolo suoni didascalico, Storia delle carestie di Cormac O’Grada tralascia l’aspetto cronologico per analizzare quello che ha accumunato le carestie nella storia (i profittatori sui mercati, le colpe dei governi, le colpe dei privati, il cannibalismo, i cibi da carestia, e così via). Ma è soprattutto un saggio completo su un aspetto cruciale della storia dell’alimentazione: la fame (carestia è famine in inglese) e Dio solo sa quanto ci sia bisogno di lavori seri sull’alimentazione in un paese in cui il dibattito sul cibo è dominato da imposture ideologiche, mode antiscientifiche e capricci retrò.

Che la storia fatta con i se sia affascinante è un dato di fatto. Ma Se Garibaldi avesse perso. Storia controfattuale dell’Unità d’Italia a cura di Pasquale Chessa ci autorizza a credere che sia anche decisamente utile. Alcuni degli storici italiani più rispettati si prestano al gioco d’immaginare come sarebbe stata l’Italia se in un libretto suggestivo (soprattutto nel dialogo a tre con Berta, Gentile e Sabbatucci, e nel capitolo firmato da Cardini) che ha molto della sua forza proprio nell’essenzialità (forse il bel discorso di Napolitano che occupa le ultime 20 pagine c’entra troppo poco col resto) e ci solleva dicendoci che – se ci limitiamo ai confini – viviamo nel migliore dei paesi possibili (o almeno probabili).

Sulla scia di Perec (“I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero”), Michele Smargiassi in Ora che ci penso. La storia dimenticata delle cose quotidiane raccoglie gli ossi di seppia delle vite di tutti giorni: non sono solo cose e tic comuni e mai degnati di considerazione, ma a volte anche persone che vediamo sfrecciare sotto i nostri occhi con la stessa velocità dei fiori deposti ai piedi di un guard-rail. Per chi si trovasse a sfogliarlo in libreria, da non perdere assolutamente proprio le pagine da 77 a 85. Poi uno lo compra.

La ricicleria di via Tortona

28 aprile 2011

Era da un po’ di tempo che volevo scrivere questa cosa, ed è uscita su Donna della Repubblica sabato 21/4 (da pag. 91 in poi).

Mia nonna se n’è andata il mese scorso. Viveva nella stessa casa da 30 anni», mi  racconta Gino.  «Ma non era sua, era in affitto. Quindi ci toccava liberarla.  E in fretta, pure. Avere la ricicleria  qui a due passi è stato molto comodo. Sarò venuto a scaricarci spazzatura già venti volte. Ogni volta i Rom erano lì, all’ingresso. Qualche volta gli ho dato qualcosa, altre volte ho finto di non aver niente che gli potesse servire. Perché di certo non potevo mettermi a spiegargli i miei dubbi. Ma non so ancora se ho fatto la cosa giusta».
All’inizio di Via Tortona, a Milano, pochi metri da uno dei centri della Settimana del Design, dai suoi vernissage e dai suoi studi sui materiali, c’è stato per anni un traffico di materiali pregiati un po’ diverso. Tutto ruotava attorno alla ricicleria di Piazzale delle Milizie, una delle tre aree della città in cui è possibile liberarsi di pile vecchie, lampade al neon, vetro, pneumatici, pezzi di ferro, lavatrici e tutte quelle cose che per via della differenziata e dell’ecologia non si possono più lasciare ai cigli delle strade di campagna o accanto ai cassonetti. Per accedere alla ricicleria tocca percorrere una breve stradina piena di polvere, cartacce, macchine parcheggiate a spina di pesce. C’è spazio per il passaggio – lento – di una sola auto. Appena imboccata la stradina, capita sempre che alcuni uomini si avvicinino. Sia a destra che a sinistra. Chiedono curiosi cosa stai andando a buttare. Non ti spieghi subito il senso della domanda. Rispondi onestamente, e perché non dovresti? D’altra parte loro sono gentili, e se ti mostri affabile anche loro ricambiano.
In una vecchia puntata dei Simpson, Bart si arricchisce rapidamente con la new economy, ma altrettanto rapidamente torna nullatenente allo scoppiare della bolla finanziaria. C’è una scena divertente in cui il proprietario della società si ritrova con in mano tonnellate di azioni che valgono zero, e non gli resta altro che invitare i colleghi a rubare con lui fili di rame dal muro, stracciandoli. È l’unico valore che resta.
Lo sanno bene anche i Rom che stazionano davanti alla ricicleria. Forse dovremmo dire che stazionavano, visto che il 4-5 aprile la polizia li ha sgomberati (un centinaio). Ma forse potremmo pure dire i Rom che stazioneranno, perché, passata l’attenzione, passata soprattutto il design week – come se le due realtà non potessero coesistere mentre sono una la prosecuzione dell’altra – torneranno. È troppo redditizia come attività, ed è assurdo credere che uno sgombero – non il primo, non l’ultimo – fiacchi una resistenza già segnata da strazi e risentimenti peggiori.
Siamo abituati alle foto dei cumuli di monnezza di Napoli, ai sacchetti neri stracciati, alle scorze di anguria, ai cumuli
che abbracciano le automobili e anche alla spazzatura bruciata. Ma i container della ricicleria sono diversi. Qui il legno va con il legno, i gabinetti vanno con i bidè, i rami freschi coi rami freschi, i computer vecchi con l’elettronica vecchia. (Davanti a centinaia di mangiacassette, vecchi videogame per bambini e cellulari simili a citofoni ci si sente come uomini che arrivano dal futuro). Gli uomini fuori, invece, accettano solo metallo, o quegli oggetti che, bruciando, possono restituirne. Di tanto in tanto anche altri rifiuti, materassi, giochi per i bambini, tende o teloni, ma fondamentalmente metallo. Oltre all’elemosina, è l’unica forma di sostentamento di una piccola comunità che come in una megalopoli del Centrafrica – ma qui saremmo nel centro di Milano – vive con gli scarti degli scarti di tutti.
Ma qual è la “cosa giusta” di cui parlava Gino? Si può davvero spiegare a qualcuno che è meglio gettare una lavatrice piuttosto che dargliela, soprattutto quando questa lavatrice vecchia significa una giornata di lavoro con fatica, tempo e impegno? Non c’entrano le frontiere, i furti o l’elemosina. Non c’entrano neppure i Rom, il razzismo o le opinioni politiche. È una domanda molto più semplice: quale delle due è la cosa giusta? Riciclare o regalare? Ho provato a chiederlo a qualcuno dei frequentatori della discarica. E al netto dei commenti violenti – tanti li fanno, ma osservandoli da lontano nessuno poi passa ai fatti – vengono fuori alcune tendenze, riassumibili così: «Non glielo puoi spiegare perché non gli puoi dare la tua spazzatura, ma è così. Al punto in cui siamo è più importante l’ambiente delle persone». Oppure questo: «Ho raccolto batterie, lampadine e vecchie lampade per un pezzo. Oggi volevo liberarmene, ma mi hanno preso alla sprovvista. Ragionare su qualcosa non è come rifiutare a sangue freddo un aiuto gratis a un tizio, guardandolo in faccia». E ancora: «Se vogliamo parlare davvero per assurdo, allora ti dico che rispetto all’ambiente loro consumano un centesimo di quanto consuma uno di quelli che viene qui in macchina a buttare due neon solo per sentirsi in pace con la coscienza». O «La differenziata doveva servire a responsabilizzare la gente, invece guarda cosa fanno in Via Tortona: stampano e producono qualsiasi cagata, perché tanto poi si butta e si ricicla». E «Quand’ero ragazzo dicevano che non serviva a nulla la solidarietà, che facevamo un piacere ai potenti facendo solidarietà, che dovevamo lasciare tutto così com’era perché a un certo punto tutto sarebbe saltato e avremmo ricominciato da zero e per bene. Guarda invece cos’è successo». E per finire il sempreverde: «Tutti quanti dobbiamo campare. Anche chi vive qui e non ne può più della puzza di bruciato la sera». Per via di quest’attività, poco alla volta s’era creata una piccola baraccopoli sui binari del treno, all’ombra del cavalcavia del piazzale. Tra il Naviglio Grande e la Ricicleria. Lì passano solo regionali. Di giorno i treni facevano tremare tutto, ma di notte si dormiva tranquilli e poi era vicino al lavoro.
In italiano siderale e siderurgia hanno la stessa etimologia, vengono tutti e due da sideros, ferro in greco. Gli antichi greci non conoscevano l’estrazione del ferro (la siderurgia), e l’unico ferro che avevano era proprio quello che trovavano sulla Terra, arrivatoci come meteorite (siderale). Tant’è chenell’Iliade, quando ci sono i giochi per la morte di Patroclo, uno dei premi consiste proprio in un pezzo di ferro. Quando svanisce il costo degli oggetti e resta solo la materia inerte, l’unica cosa che ha valore è il buon vecchio metallo. Solo queste persone oggi riescono a dargliene uno. Ma niente plastiche, divani fuori moda, oggetti che saranno hi-tech solo per una primavera, forme ellittiche e melamina colorata. Vale solo quello che c’era all’inizio di tutto. Il ferro e il rame.



Qualcuno mi ha detto che era farraginoso

15 febbraio 2011

Beliavable

9 febbraio 2011

Sabato scorso, su D de La Repubblica, ho intervistato Dave Eggers. (Con lo stesso schemino usato con David Foster Wallace, risposte multiple).

E’ qui (n. 728, da pag. 72).

Buone feste

21 dicembre 2010

Sabato scorso è stata pubblicata su D della Repubblica una mia intervista a David Foster Wallace.
Eccola qui.

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Del fare

9 dicembre 2010

Scommetto che mentre noi parliamo del Nobel a Liu Xiaobao, di Prodi che non ne parla, dei paesi che non andranno alla cerimonia, e di quanto sono arroganti i politici cinesi, in una minuscola città della Repubblica popolare – ma che fa comunque più abitanti di tutto il Veneto – qualcuno sta producendo migliaia di queste tazze. E forse anche quelle borsette che ora vanno tanto, col Dalai Lama e la scritta Free Tibet. E noi le compriamo. E temo sia l’unica cosa che conterà davvero, alla fine.

Fratello di Dio

1 dicembre 2010

Il 21 novembre 2010 è ricorso il 23 anniversario dell’ultima volta che Hugo Maradona era stato messo tra i possibili titolari di una partita dell’Ascoli. Nuovi Argomenti mi ha chiesto un articolo per commemorare l’evento.

L’incollo qui:

È un campetto di periferia, e anche per chiamarlo campetto serve molta fantasia. C’è una porta senza reti; due pali bianchi – strano che il colore abbia tenuto tanto bene – in mezzo allo sterrato, ogni tanto sbuca qualche sasso. Poco più in là erbacce altissime, quando il pallone ci finisce dentro servono minuti per ritrovarlo. E attenti alle ortiche. Una troupe della televisione intervista un bambino. La sua decisione – «voglio giocare nella nazionale, e voglio vincere la coppa del mondo» – cozza con quella cornice. Fa qualche giochetto col pallone, gambetas le chiamano da quelle parti. C’è un altro bambino che commenta: «È Dio, nessuno giocherà mai come lui».

Dietro le telecamere ci sono i genitori di quel bambino. Sono fieri di lui, ci mancherebbe altro. Ha solo dieci anni, è così forte che è venuta addirittura la televisione. Sua mamma ha in braccio il fratellino. Ha poco più di anno. Dice già bola calciando il pallone; e tutti ridono. A lui piace da matti quando a passargli la palla è Diego.

È facile essere figli di Dio. O, comunque, molto più facile che esserne fratelli. Hugo Maradona nasce a Lanus, il 9 maggio 1969; quando il fratello, Diego Armando, ha nove anni ed è già Diego. Basta riguardare, oggi, il minuto scarso di quel servizio per trovarci dentro già tutto: non fa cadere la palla a terra, ha il numero dieci e le gambe magre da malnutrito.

Per la gioia dei genetisti anche Hugo è bravo. Entra nelle giovanili (le cebollitas=cipolline) dell’Argentinos Juniors e segue tutta la trafila. Non solo perché ha quel cognome lì. Le raccomandazioni contano sempre qualcosa, ma un po’ di meno quando lo scopo della faccenda è non farsi togliere la palla da un avversario. Hugo è bravo e – com’è che si dice? – gli viene tutto facile.

Nel ’79, Diego vince il campionato mondiale juniores con l’Argentina. La madre, Hugo e gli altri fratelli lo mandano a chiamare nello spogliatoio per festeggiare. «Dieguito, tua madre e i tuoi fratelli sono fuori che ti cercano». Ma lui gli risponde: «chi è mia madre? E chi sono i miei fratelli?» Poi guarda i compagni che brindano, fanno gavettoni e cantano; e dice: «tutti gli argentini sono i miei fratelli, sorelle e madri».

Anche Hugo sogna di poter dire una frase del genere, un giorno. Com’è che si dice ancora? – brucia le tappe. A 16 anni si allena già con la prima squadra. È un anno d’oro per l’Argentinos che vince l’unico campionato della sua storia e addirittura la coppa Libertadores (la Coppa dei Campioni sudamericana). Nel ’85, entra nella nazionale argentina under 16, e anche lui va ai mondiali juniores. È il faro della squadra, il numero 10. Un altro Maradona è in rampa di lancio. Durante la coppa del mondo, Hugo segna due gol fantastici nella partita vinta contro il Congo per 4 a 2. Uno su punizione. All’incrocio dei pali. Le giocate di Diego Armando, ai Mondiali juniores, ancora adesso vengono cliccate su youtube. All’Argentina di Hugo, invece, per banali questioni di differenza reti servirebbe un gol in più per passare il turno. Così la selección viene eliminata e quei gol restano senza celebrazioni solo nelle vecchie cronache dei giornalisti e chissà in quale archivio immagini.

Nei Vangeli (non solo apocrifi) si parla spesso di «fratelli» di Gesù. Sono 4: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda. Si parla anche di sorelle di Gesù, ma non vengono mai nominate. Buona parte dei protestanti (ma non i primi riformatori) credono siano veramente fratelli. Gli ortodossi pensano siano fratellastri. I cristiani sono per la versione cugini. Qualsiasi sangue abbiano, all’inizio della predicazione non credono. Poi si riveleranno migliori e avranno ruoli di spicco: Giacomo diventerà «vescovo» di Gerusalemme; gli succederà Simone. Diversi sostengono che anche l’apostolo «Giuda di Giacomo» sia uno dei fratelli (di Giacomo non sarebbe un oscuro patronimico ma Giacomo vescovo). La frase dei Vangeli: «Nessuno è profeta in patria» se la ricordano tutti. Un po’ meno il fatto che Gesù disse: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».

Dopo quel mondiale, Hugo diventa un professionista. E subito qualcosa comincia a scricchiolare. «Uno calcia di sinistro e l’altro di destro, uno a sedici anni andava all’allenamento con le scarpe rotte, l’altro ci va a bordo di una Mercedes» dice un giornalista. Un commento che è già un epitaffio.

Nell’86, Diego guida alla vittoria l’Argentina nei Mondiali. E poco dopo il Napoli allo Scudetto. Più Hugo si avvicina ai veri giocatori di calcio, più Diego se ne allontana. Ormai può tutto: in una partita dell’Argentina contro l’Uruguay è lui a suggerire i cambi all’allenatore. «Metti dentro Caniggia, mister». In uno dei raduni dopo il mondiale, a Goiania, lo convince – lo obbliga – a convocare anche Hugo. Per fare in modo che, frequentando il gruppo della nazionale, possa maturare prima.

Diego provava sensi di colpa nei confronti del fratello? Probabilmente sì, perché essere più bravi dei propri fratelli minori è una colpa. Come il peccato originale, una colpa inevitabile, ma comunque una colpa. Quando gli chiedono un commento su Hugo, risponde: «Diventerà anche più forte di me». Sa di mentire. Anche i giornalisti non glielo dicono, ma lo sanno.

Hugo, invece, ci crede. A 18 anni segue Diego in Italia. Non vuole aspettare. Quelle storie di crescere un poco alla volta sono chiacchiere da giornalisti, presidenti e faccendieri che vivono sulle spalle di calciatori e tifosi, gente che non ha mai giocato a pallone. Lui si sente forte, e se non lo fosse perché poi il Napoli l’ha comprato? Segue il fratello, ma i due assieme, nel Napoli o in qualsiasi altra squadra, non giocheranno mai. Hugo deve farsi le ossa altrove.

Parte così una delle operazioni più assurde e impossibili della storia del calciomercato italiano. Una di quelle che ha reso Luciano Moggi famoso prima che divenisse tristemente famoso.

Per settimane Big Luciano bussa a tutte le porte dell’Hotel Gallia, sede storica del calciomercato dei tempi. Nell’87, le squadra potevano avere solo 3 stranieri (e non esistevano i giocatori comunitari), tenere un posto occupato per Hugo non faceva piacere a nessuno. (Oggi, invece, anche il figlio di Gheddafi trova un ingaggio!) Sui giornali rimbalza la notizia giorno dopo giorno: dove andrà Hugo? Alcuni giornalisti non vedono l’ora di vendicare su di lui l’astio che provano per Diego. Altri – ci credono davvero o sperano di fare 13 al totocalcio? – ne scrivono bene. Si parla di Pescara, ma l’allenatore Giovanni Galeone è categorico: «cedete pure Pagano al Napoli, ma non fatevi appioppare Hugo Maradona, per carità». Poi si parla di Pisa, ma Romeo Anconetani è altrettanto deciso e rifiuta. Con un colpo di mano Moggi, allora, cede Carannante e Celestini a prezzo di favore all’Ascoli a patto che Costantino Rozzi accetti anche Hugo Maradona. Tre prestiti, praticamente gratuiti.

Hugo va via e a Napoli, almeno per giocare, non tornerà più. Ci tornerà, invece, e anche spesso, per questione sentimentali. Sposa, infatti, una napoletana, Maria Delia Occhionero. Maria è una delle migliori amiche di Cristina Sinagra che poco tempo dopo denuncerà Diego, accusandolo di non voler riconoscere ufficialmente il loro bambino. All’Ascoli Hugo gioca 13 partite, partendo solo tre volte dall’inizio. Non segna mai. Fa le valigie a fine stagione senza rimpianti. Una delle poche foto della sua esperienza italiana, lo vede arrancare proprio dietro al fratello in maglia bianconera. Si leggono bene gli sponsor di entrambi le squadre, il Napoli la pasta, l’Ascoli dei ferri da stiro.

Diego non pretende torni a Napoli. Forse perché dopo che il Napoli ha perso il campionato nelle ultime partite non ha lo stesso potere, forse perché crede che altrove possa migliorare, o perché vuole tenerlo lontano dagli ambienti che ormai frequenta. Da buon fratello maggiore. Fatto sta che Hugo passa al Rayo Vallecano, la terza squadra di Madrid, nella serie B spagnola. Qui le cose vanno un po’ meglio. 28 partite con 3 gol. E promozione. Così Hugo parla a El País: «non siamo attori. Gli attori si vestono, si truccano. Noi entriamo in battaglia senza inganni. Il pubblico paga per lo spettacolo. Al teatro gli attori non perdono. Il pubblico esce contento. Questo è il rischio del calciatore. Se perde la gente può tirarlo giù dal piedistallo». Ed è proprio quello che fa il Rayo, non riconfermandolo. (Verrà retrocesso immediatamente per punizione). Non se ne rende ancora conto, povero Hugo. Lui non è un calciatore qualsiasi, non può solo giocare. Gli tocca anche recitare la parte che non si è scelto, quella del fratello brocco. Passa così al Rapid Vienna. Altro giro, altra corsa. Ma al freddo di Vienna si intristisce definitivamente. Gioca solo tre partite. E lascia l’Europa.

Quando San Pietro lasciò casa e lavoro per seguire Gesù cosa avranno pensato i genitori di Pietro? Ingrato, dopo tutto quello che abbiamo fatto per lui! Qualcuno, nei Vangeli apocrifi, dice che Pietro abbia lasciato anche una figlia, Petronilla. Cosa avrà pensato Petronilla vedendo che il padre l’abbandonava? L’avranno perdonato tutti nella gloria dei cieli, molto probabilmente. Ma se i genitori anziani, per esempio, fossero finiti all’inferno perché morti prima della Resurrezione? O senza sapere che era arrivato il Messia? Cosa avranno pensato? Che Pietro faceva bene a seguire il suo istinto, quell’uomo?

Non solo Gesù, ma neanche Buddha e Maometto hanno fratelli. Devono rischiare la vita per il bene, devono mettere in gioco tutto. La fratellanza universale è il bene, mentre la fratellanza fisica ti costringe a mettere un bene in relazione agli altri. Non possono permetterselo. Gesù potrebbe aver salvato la terra senza essere riuscito a salvare suo fratello, o cugino. Non è una bestemmia.

Diego vince il secondo scudetto col Napoli, e anche la Coppa Uefa. Hugo, invece, torna in Sudamerica, in Venezuela. Nel ’90 gioca solo due mesi, nel Deportivo Italia, o – a voler essere precisi – non gioca mai. L’anno dopo va in Uruguay, nel Progreso. Identica situazione. Non lascia alcun tipo di traccia. Sull’altra sponda del Rio de la Plata smette praticamente di essere un giocatore. Quando il fratello viene scoperto positivo alla cocaina e squalificato, anche la carriera di Hugo è a un bivio. Non sa se continuare. Non ha più 18 anni, quando credeva di poter giocare in nazionale, di avere una carriera ai top. Ora, continuare significa accettare di rilanciarsi da qualche altra parte, convincere i compagni, convincere una società e un allenatore. E significa anche allenarsi con l’obiettivo di diventare, al massimo, un ottimo giocatore mediocre. Dimostrare che anche senza essere Diego, può essere buono comunque. Il calcio è pieno di giocatori che provano a rilanciarsi. Accettando di scendere di categoria, accettando di cambiare campionato, accettando un impiego limitato. Alcuni si rendono ridicoli finendo per danneggiare anche quanto di buono fatto in carriera. È una maledizione umana, ma ricordiamo meglio le ultime cose. L’ultima stagione, le ultime partite, le ultime ore prima di morire.

Hugo prende la decisione più difficile e decide di smettere. E così, a 23 anni, nel ’92, va a giocare in Giappone. In una lega regionale, una sorta di serie C, nei PJM Futures. Lì, per quanto insignificante, trova la sua dimensione. Segna 7 gol in 12 partite. Di nuovo 7 gol in 16 partite la stagione successiva, e addirittura 17 gol in 22 partite nel 1994.

La presenza di Maradona nella più che dilettantesca Football League (una sorta di campionato regionale) è pagata dagli sponsor; anche quelli pochi. Il Campionato giapponese è un laboratorio, basti pensare che quando Hugo arriva non esiste ancora una lega per professionisti!

Ma Hugo finisce per essere una sorta di apripista perché nel ’93, con una bella iniezione di denaro la J-League viene creata e arrivano i primi campioni. Ramon Diaz, Zico, Schillaci (o come lo chiamavano lì Haghellacci. Da Haghe=calvo). Sperava di aver trovato un luogo sicuro, e le tv, i giornalisti, i tifosi sono arrivate anche lì.

Cerca di farsela andare bene comunque. Nel 1995 passa ai Fukuoka Blux. È la sua stagione migliore. Segna 27 gol in 27 partite. Viene promosso in J-League 1 (serie A). La squadra cambia nome, diventa gli Avispa Fukuoka. Ma nella massima divisione segna solo 8 gol in 21 partite, poco per un attaccante. Si allontana di nuovo dai palcoscenici importanti. Lo vendono al Consadole Sapporo, di nuovo in serie B. Si rialza immediatamente: 19 gol in 37 partite, e di nuovo promozione. La terza in carriera. Nell’unica biografia benevola trovata in rete viene definito uno specialista delle promozioni. Ma, di nuovo, col Sapporo in A si ripete la stessa storia già vista a Fukuoka. 5 gol in 28 partite. Non vuole finire di nuovo in B. Si ritira, stavolta senza scherzi.

Era andato in Giappone in cerca di tranquillità, ma ormai quello è un campionato a tutti gli effetti. Sono arrivati Dunga, Leonardo, Edmundo, poi Buchwald, Littbarski, Lineker, anche Arséne Wenger come allenatore, Stojkovic, Stoichkov, Michael Laudrup, Julio Salinas, dall’Italia Massaro. Era lì per competere con Tokuto e Tamayashi, giocatori di 165 cmq, come lui, gente che giocava quasi per divertimento, come lui; non riuscire a dribblare loro aveva un senso, ma fare la riserva a campioni veri, l’aveva già spiegato, non ne aveva voglia. Gli toglieva anche quel po’ di gioia.

A 29 anni, Hugo torna in Argentina e si ritira. Stavolta sul serio.

Come i Vangeli, Internet confonde le vite di Hugo e Lalo, l’altro fratellino calciatore di Diego. 3 su 3, complimenti alla mamma. Anche la vita di Lalo è stata spesa in un continuo giramondo senza successo: esperienze in patria e in Europa prima di stabilirsi definitivamente in Canada. Addirittura il figlio di Lalo, Diego Armando, gioca lì.

Le biografie dei due fratelli minori si sovrappongono. Sui forum, sui giornali, i giornalisti li confondono. Attribuiscono i gol di uno all’altro, sommano i campionati, sbagliano le ricostruzioni. Due immagini sbiadite e intercambiabili di talenti senza Talento.

Hugo ha provato anche la carriera da allenatore. Giusto un anno, nella Major League americana, ma senza successo. Vorrebbe continuare ancora ad allenare. Scoprire nuovi campionati, come aveva già fatto in Giappone. Magari la Cina. Lì sì, gli piacerebbe. Scommette che si troverebbe anche bene. Vuoi mettere parlare di fratellanza in un paese di figli unici?

meno 5 mesi, 1 settimana, 2 giorni

23 settembre 2010

Io non so di quanta “patria” ha bisogno un uomo. Ma so che la mia è dove la gente dice scporco. Non ho scbagliato a sccrivere. Intendo dire proprio scporco. Con la “sc”. Tutta la giornata, al lavoro, in un negozio, con gli amici, qui a Milano dico sporco. Dico anche scarso, scoperta, scuola, scolastica, scoliosi, scoliasta, scoglio, scuotimento. Una dizione perfetta. Poi, quando torno a casa da Ada – solo con lei – un errore mi può sccappare. “Hai visto le mie sccarpe?” Ma visto che sono diventato così bravo a “correggermi”, me ne accorgo subito quando scbaglio. Allora mi fermo, riscopro la “sc”, la assaporo e mi piace. E a quel punto lei trascina una scquadra di altre scchifezze con sé. Non mi metto più sccuorno di lei. E sccutuleo la polvere dal mio primo vocabolario. STRUNZ. STUPPOLO. SICCHIE E’ MERDA. SAJTTERA. T’AGGIA SPUTA’ ’N FACCIA. Arturo non nascerà campano. E non avrà mai la “sc”. Queste due tre parole sconvenienti, sconce, scurrili, qui su, sono il mio misero contributo per tutta quella sfaccimma di gente che ci impedisce anche solo di progettare l’eventualità che Arturo possa crescere a Napoli.

Tratto da questo.