Il Mattino, 15 agosto 2009

Gli italiani? Consumatori euforici

Ma il Vulcano buono è kitsch? L’agricoltura biologica è davvero più salutare o è solo alla moda? Che cosa ci guadagnano i ragazzi a caricare su internet dischi, film e altro? Perché il latte artificiale per neonati in Italia costa il 300% in più degli altri paesi europei? A porsi questa e altre domande –molto più collegate di quanto potrebbe apparire – è Arnaldo Greco nel suo libro d’esordio «Nomi, cose, città. Viaggio nell’Italia che compra» (Fandango, pp. 210, euro 14). L’autore – che ha trent’anni, è nato a Caserta e lavora a Milano – ci porta a spasso per il Belpaese e anche oltre confine sulle tracce di simulacri, icone e feticci del post-consumismo o, se preferite, del neoconsumismo nell’era della crisi economica. In otto diversi capitoli Greco concentra il suo sguardo ironico e pungente sui luoghi e i nonluoghi (comuni) dell’italiano medio «a una dimensione», quello che compra, spesso senza avere i soldi per farlo: dai centri commerciali ai supermercati, seguendo le strane evoluzioni della frutta fresca – come l’inopinata scomparsa dei limoni verdi -, dalle spese fatte in Slovenia per risparmiare alle mode gastronomiche, e annesse manie alimentari; dai consumi culturali di festival e fiere librarie agli acquisti on-line, con l’imprevista «economia del dono» della pirateria, fino al lucroso mercato allestito attorno alla nascita dei bambini. Il reportage parte dalla terra d’origine dell’autore, quel casertano che si offre come cartina di tornasole del nuovo «consumatore euforico», con la sua città-commercio (il Cis di Nola) e nella stessa zona, a 20 km. di distanza, i suoi due mega centri commerciali sorti a pochi mesi l’uno dall’altro: il Campania e il Vulcano buono, progettato dell’archistar Renzo Piano. La varietà d’offerta delle due realtà è minima e i negozi sono assolutamente identici. L’unica differenza è nella piazza-cratere del «Vulcano»: una grande area di 160 metri di diametro, che nelle intenzioni del progettista dovrebbe rappresentare l’«elemento d’incontro tra le persone – sono le parole di Piano – uno spazio che vuole essere aggregante, per stimolare lo stare insieme». Eppure, racconta Greco, nel passeggiare tra l’attivissimo e affollatissimo centro, «quest’atmosfera da agorà periclea non si respira». E la piazza, nei sogni di un ragazzo del luogo, si trasforma piuttosto in un’arena per le corse clandestine, una sorta di palio di Siena per i vari clan della malavita, con buona pace dell’idea di civitas di Renzo Piano, e della sua Napoli dall’«umanità straordinaria». Stereotipi ammantati di Land Art, avverte Greco, perché «il passo dalla stilizzazione della cartolina con il golfo di Napoli e il pino e il Vesuvio alla costruzione del Vulcano buono è breve». Il kitsch di kunderiana memoria smaschera la foglia di fico che nasconde l’intento di operazioni del genere: la vera ambizione dei nuovi «lifestyle center», che hanno soppiantato il tradizionale modello di centro commerciale, è infatti quella di far combaciare il più possibile vita quotidiana e consumo, socialità e profitto. A ben guardare, il discorso non cambia se ci spostiamo da Caserta a Milano, da Torino a Mantova, tra un’inchiesta nei mercati di una cittadina di provincia dopo l’arrivo delle badanti ucraine e una tappa in un bordello sloveno o in un reparto di neonatologia, una fenomenologia del Texas Hold’em e un’analisi del giornalismo ai tempi di internet: a venir fuori da questo viaggio in punta di piedi (e di penna) attraverso la semiotica dei bisogni indotti, è il ritratto di un’Italia in cui la libertà è solo nella possibilità di scegliere tra prodotti diversi, laddove l’economia di mercato cambia pelle, si mimetizza, ma accresce il suo potere pervasivo. Un’Italia fatta sempre più di clienti e sempre meno di cittadini.

Fabrizio Coscia

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