Il Riformista, 11 agosto 2009

UTOPIE RIFORMISTE? PERIFERIE SOLIDALI DALLE MELE AL WEB

Luoghi Comuni. Ha ragione Siti con lo stereotipo dei quartieri abbandonati e senza speranza, dove la sinistra non ha nessuna chanche? Dove passa ancora un’idea di collettività? La risposta nel reportage fatto in casa dalla scrittore Arnaldo Greco: meglio le piazze virtuali o il Vulcano Buono di Piano?

«Pare che non esistono ricordi che non siano ricordi di ricordi e quindi non sinceri; ma io giuro di ricordare precisamente l’anno in cui le arance non avevano più lo stesso sapore». A parlare non è un anziano e risentito moralista in vena di nostalgia ma Arnaldo Greco, un trentenne che collabora alla televisione e che ha scritto un libro molto bello Nomi, cose, città (Fandango) reportage fatto da casa pieno di immaginazione sociologica (e anzi visionario) sui consumi degli italiani. Il termine di confronto della sua ricognizione empirica non è mai una ideologia ma la propria esperienza personale, in questo caso il sapore delle arance vanigliate siciliane che a un punto sono sparite perché quelle brasiliane costavano di meno.
Il suo libro va letto insieme a quello del concittadino (casertani entrambi) Antonio Pascale Scienza e Sentimento: apparentemente opposti (ad esempio sugli OGM) ma accomunati da uno sguardo sulle cose, insieme genuino, umoristico, e soprattutto innervato da una moralità elementare, mai esibita.
E’ così inevitabile che la modernità limiti il nostro vocabolario, che riduca la varietà e biodiversità, che – ad esempio – al posto di Kaiser, Spadona, Williams, dica che sono tutte pere? E’ normale che nell’ultima generazione ognuno sia ossessionato dal far sapere come è attraverso ciò di cui è fan? E se al Festival di Mantova sembra più importante confermare di essere stati all’incontro con Safran Foer piuttosto che aver letto uno dei suoi libri ce ne faremo una ragione? E se contasse di più la sensazione di benessere che dà una mela bio che il gusto (oggi perlopiù atrofizzato), se fosse più importante sentirsi bene di stare bene? Avete mai fatto caso che in un discount un prodotto deve essere brutto perché «è il brutto a essere economico»?
Questi alcuni degli interrogativi che, in modo assai sottile, si pone l’autore. Accennavo a una sua visionarietà. A un certo punto prefigura un mondo con la Tv definitivamente al centro del salotto. E anzi l’intrattenimento sarà sempre più individuale (vedi il successo del poker texano online, ma la cosa riguarderà i videogiochi, i giornali in rete): soli dietro uno schermo a giocare contro altri dietro uno schermo (non c’è più il coro, collettività).
Spostiamoci di scenario. «Non riesco a immaginare un borgataro riformista» dice lo scrittore Walter Siti in una intervista che appare alla fine del vivace volume collettivo Ricominciamo dalle periferie (Manifestolibri), a cura di Massimo Ilardi e Enzo Scandurra. Proprio su un giornale quotidiano che ha scelto di chiamarsi “Riformista” non sarà del tutto accademico discutere un’affermazione del genere. Ilardi tende a dare della borgata una immagine proiettiva vitalistico-decadente.
Ora, Siti può anche essere un po’ decadente nel romanzo Il contagio e ritenere che i suoi marchettari – candidi e viziosi – esprimano oggi l’aspetto più interessante della realtà, ma uno scienziato sociale proprio non può essere decadente. Inoltre: a partire da quella percezione della periferia – contenitore di forme di conflitto che rifiutano mediazione, legalità, solidarietà – nessuna sinistra al mondo, sia essa riformista, rivoluzionaria, libertaria, salottiera, potrà mai verosimilmente recuperarla. Nella narrazione sociale di Ilardi non vi è posto per la mediazione politica. Perché ostinarsi ad invocarla? Il suo mito, lo scrittore Ballard, ha spesso ritratto la devianza come unica forma di libertà, ma non si sogna di darle uno sbocco politico! Se il borgataro non è immaginabile come riformista, e se il borgataro rappresenta verosimilmente l’epitome della nostra società – amoralità, nichilismo, dismisura dei consumi – allora è inimmaginabile la società stessa come riformista! E anzi ci appare refrattaria ad ogni linguaggio che si richiami a razionalità ed etica pubblica.
Ma siamo proprio sicuri che tutta la periferia coincida in modo univoco con questa immagine? Che, ad esempio, sia tutta uniformememtne anti-solidale? Proviamo a pensare alle reti interattive cui qui accenna Abruzzese, nelle quali chiunque si trova sia al centro che in periferia. Lì si esprime una soggettività fortemente contraddittoria, che ha a che fare con il tema del riconoscimento: ogni volta che scarico da e-mule un brano musicale mi interrogo stupito sulla persona che lo ha messo in Rete, a disposizione di tutti, perdendo tempo, concentrandosi, etc. Perché lo ha fatto? Torniamo al libro di Greco, dove si nota che ci sono persone pronte a litigare col vicino ma che trovano naturale condividere ciò che hanno con uno sconosciuto. E ignora se lo hanno fatto perché si immaginano il volto dell’altro o perché l’utente Internet è neutro. Anch’io, come lui, non so se ha ragione Lévinas o Heidegger, però certamente quella concreta condivisione un po’ incrina un’immagine della periferia globale tutta virata sull’individualismo sfrenato e indisponibile del consumatore. Lì si crea spontaneamente uno spazio pubblico, ben più vivo di quella sterminata piazza programmata da Renzo Piano nel grande shopping mall casertano Vulcano buono, da tutti diserata ma nella quale i bambini giocano a fare gli spacciatori. E, forse, da questo spazio pubblico, benchè virtuale, potrebbe anche nascere una domanda di riformismo.

Filippo La Porta

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